
L’ultimo autostoppista
18 dicembre 2008. Una strada statale imprecisata della Puglia.
L’autostoppista è fermo all’uscita della complanare d’imbocco della statale. Ha lunghi e ricci capelli castani legati in una coda quasi vaporosa. Dimostra circa venticinque anni, anno più anno meno e porta con sé un voluminoso zaino da studente.
Cammino oltre, poi, decido lì per lì di fermarmi. Guardo nello specchietto, il tipo non si è accorto di nulla e guarda ancora in direzione della strada di imbocco. Suono il clacson.
L’autostoppista si scuote e corre verso la mia auto. – Vado a Bari – mi dice dal finestrino.
Anch’io vado a Bari e devo prendere proprio l’uscita della tangenziale che interessa a lui. – Ok, sali – gli faccio. – L’importante è che tu non sia un rapinatore –
- No, guarda – mi risponde – non faccio più rapine da anni –
- Ma sei veramente un autostoppista? Credevo fosse ormai una cosa fuori moda – dico io, e penso a tutte le volte che ho scroccato un passaggio fino a quando non ho preso la patente. Figurarsi che da ragazzi, per raggiungere le località balneari, si formavano agli incroci strategici, capannelli di venti-trenta persone. Negli anni settanta era una attività molto diffusa tra i giovani.
- Sono autostoppista praticamente da sempre, ma tutto è cominciato a dodici anni, quando ho letto il diario di un autostoppista americano …-
- Vuoi dire “On the road” di Jack Kerouac? –
- Proprio lui! –
- Ammazza! Io l’ho scoperto solo a 20 anni suonati…-
- Come ti chiami? –
- Il mio nome è particolarmente lungo. Mi chiamo Giuseppe Pietro Antonio, ma tutti preferiscono chiamarmi col mio quarto nome: ANTARES –
Che nome figo, penso. Uno con un nome così può permettersi di fare ancora l’autostoppista anche di questi tempi!
Antares è un pazzo scatenato. Di quei pazzi che avrei piacere a disseminare qua e là per il mondo, a beneficio di tutti. Ha ventinove anni, un lavoro come insegnante da otto, un futuro da ingegnere informatico se continuerà a trovare chi gli dà il passaggio al Politecnico di Bari ogni pomeriggio.
- Una volta ho preso un mese di ferie e sono partito in autostop senza sapere di preciso dove andare. L’unica cosa che sapevo era di andare verso nord. Mi sono detto: quando arrivo al quindicesimo giorno, ovunque io mi trovi, riprendo a fare autostop in direzione del ritorno. Bene, il quindicesimo giorno ero in un sobborgo di Londra, ma – tenendo fede alla tabella di marcia - sono dovuto tornare indietro e, quindi, tecnicamente io, a Londra città, non ci sono mai stato -.
Un autostoppista che ha fatto dell’autostop un’arte ed una filosofia di vita. Lo lascio dispensare pillole di saggezza mentre guido divertito.
- Il primo passaggio che mi hanno dato risale alle scuole medie. Avevo fatto a scuola un dipinto di cui ero particolarmente fiero, ma era ancora fresco quando sono uscito e, siccome pioveva, per paura di sciuparlo, chiesi ad un auto un passaggio a casa che tra l’altro distava appena

Tra me e me penso che bisogna pensare positivo per chiedere passaggi al primo venuto ed essere un tantino incoscienti. Non tutti gli autostoppisti sono così sprovveduti. Come quella volta che mi fermai per offrire un passaggio ad una vecchietta il giorno di mercato. Era ferma, con le buste della spesa, al solito incrocio dove anch’io da ragazzino mi mettevo per fare autostop.
- Signora, dove va? – le faccio.
- E tu chi sei? – mi risponde lei.
- Mi chiamo (…) e sono figlio di (...) -
- Mi dispiace, non ti conosco –
- Signora, guardi che era lei a chiedere un passaggio, mica io! –
- Grazie lo stesso, figliolo. Ma non vado con chi non conosco –
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Antares, invece, di aneddoti ne ha altri: - Un’altra volta un tizio mi fa salire e mi dice: “Cosa porti in quello zaino, armi o droga?” ed io, visto che vuole proprio fare il simpatico, gli rispondo “Certo. Porto le armi della cultura e la droga di ogni buon viaggiatore: libri!”, poi tiro fuori il libro di informatica e comincio a leggere ad alta voce una pagina, fino a quando il tipo non mi implora di smetterla. Ma lo sai che le domande che ti fanno le persone, a volte sono proprio strane? Qualche giorno fa, mentre faccio autostop, si ferma una signora, abbassa il finestrino e prima che io possa dire qualunque cosa mi fa: “Tu fumi?” ed io “No!” e lei “Va bene, allora puoi salire” –
Antares parla ancora quando ci salutiamo: - Sono certo che l’autostop tornerà molto presto di moda…- dice. Mi spiace farlo scendere, era diventato quasi uno di famiglia. Rimette i guanti di lana che coprono solo metà dita e, con lo zaino in spalla, lo guardo dirigersi verso nord-est. Se avesse un altro mese di tempo, stavolta, potrebbe arrivare in Iugoslavia o in Cina, prima di decidere di tornare indietro.

AZZURRO CIELO E ALTRI
ODOROSI ROMANTICISMI

Sono sicuro che – in fatto di letture - a molti dei visitatori di questo blog capiti quello che succede a me: compro libri su libri ogni volta che entro in una libreria e ovviamente fatico a smaltire le letture accumulate, cosicchè mentre sto ad esempio ancora a un terzo di un romanzo mi compro un saggio e comincio pure quello ma poi compro una raccolta e inizio anche quest’ultima. Sul mio comodino, sul divano, sul tavolo della cucina si accumulano catastine di volumi che leggo quasi contemporaneamente (in momenti diversi, ovviamente) nei giorni che seguono, fino a quando cioè la prossima libreria sulla mia strada non mi sedurrà con nuove proposte da accatastare in ordine di acquisto.
Stamattina ho cominciato e finito, e stavolta tutto d’un fiato,
“Né qui né altrove – una notte a Bari” di Gianrico Carofiglio (da qualche parte ho ancora in giro “L’arte del dubbio” da completare…).

Colpa di Gianni (KubodiRubo su Myspace), vecchio compagno di avventure metropolitane, che me l’ha consigliato dicendomi: “Leggilo, c’è dentro la “nostra” Bari,
Vuol dire che siamo proprio uomini di mezza età, io e Gianni. Del resto lo è anche Carofiglio.
Dopo essere andato al cinema a vedere “Il passato è una terra straniera” mi sono ritrovato, ancora una volta, con una Bari nota e allo stesso tempo ignota.
“Né qui né altrove” è uno spaccato di quotidianità lunga quarant’anni, cadenzato dal ritmo dei ricordi, ambientato in una città molto meridionale, dove la prima cosa che tutte le matricole universitarie fuorisede imparano è che qui non si soffre la fame. Chi è passato da Bari, anche per poche ore, sa che è impossibile resistere al discreto fascino della focaccia.

“La focaccia barese si prepara mescolando farina di grano tenero, sale, lievito e acqua. Ne deriva un impasto piuttosto liquido che si versa in una teglia rotonda, si condisce con olio, pomodori freschi, olive e poi si cuoce nel forno a legna. Proprio perchè l’impasto è liquido, i pezzi di pomodoro e le olive sprofondano nella pasta, creando e riempiendo dei piccoli crateri morbidi che diventano le parti più buone della focaccia. Si mangia calda ma non bollente, avvolta in un pezzo di carta da panificio, uscendo da scuola, al mare, per cena o anche per pranzo (o merenda o anche colazione, ma questa è roba da esperti): veloce, economico e deliziosamente unto.
La focaccia è una delle cose più buone al mondo. Mi trattengo dal dire che è la più buona per mantenere un minimo di prospettiva e per evitare il delirio campanilistico (…)
A differenza di molte cose buone, che sono scarse e spesso costose, la focaccia, a Bari, si trova ovunque ci sia un panificio. Cioè ovunque, e tutti se la possono comprare.
La focaccia, a Bari, è una metafora dell’uguaglianza e uno dei pochi simboli (fra questi, degne di nota anche le cozze crude) in cui i baresi riconoscono la loro identità collettiva..”
Ed è proprio così! Vi giuro che questa cosa l’avevo sempre pensata. Non vi racconto altro, di questo libro. In certi punti mi ha fatto ridere di cuore. In altri mi ha rattristato. Ma si lascia leggere. Non è una guida romanzata della città, come qualcuno aveva anticipato. E’ un viaggio romanzato molto molto personale, dall’infanzia all’età adulta, in una città che è cambiata con l’autore. E con tutti quelli che, come me, alla fine se ne sono un poco innamorati.

Citoplasmatiche vacanze 2008
Videoriassunto di una vacanza
Cascata del Toce - Piemonte
The Jump
Water wall
A valle
LE POESIE DEL TACCUINO 
Da qualche anno porto in tasca un taccuino con la copertina nera ed una penna a scatto. Quando ne ho tempo, quando ne ho voglia, quando mi assalgono raptus compositivi, incido sulla carta i miei pensieri del momento.
Questo luogo dalle volte alte
i corridoi larghi
abitato da fantasmi
che puoi solo ascoltare
aprire e chiudere gli usci.
Questo posto pensato
forse per giganti
e per dame del lago
che la notte diviene
buio e silenzioso
il tavolo di biliardo
coperto da un panno verde.
Questo edificio,
in cui l’odore dolciastro
delle acque di fuori
penetra e permea
e ti ritrovi
a vagheggiare di uomini pesce
e vecchi racconti di Lovercraft.
Questa costa presuntuosa
di alberghi dalle fogge antiche
e giardini sontuosi,
di stradine e ristoranti
profumati di pesce,
affacciata su acque
appena in movimento
ed isole che paiono
opere d’arte
incastonate nello scintillio
generale.
Questa montagna ripida
fatta di sentieri partigiani
su orridi e torrenti pericolosi
con ponti sospesi nel vuoto
all’ombra dei castagni complici.
Non so dire ancora
dove siamo
e con chi stiamo.
Per ora abitiamo
la casa dei giganti,
dove non manca
la luce
e l’odore del lago.
Valzer spezzati
Al bar dei fantasmi
su al secondo piano
- dio solo sa quanti anni fa –
hanno lasciato tutto
come se la serata
fosse appena terminata.
Le sedie,
rovesciate l’una sull’altra,
sollevate in piedi
sui tavolini circolari.
La macchina del caffè spenta
i bicchieri vuoti.
E qualche volta, all’alba,
con la luce del cortile
che filtra dalla finestra,
si percepisce
tintinnio
cristalli antichi
passi leggeri
valzer e camerieri
subito soffocati
dal grido strozzato
di un gabbiano di lago.
Sono tornate le rondini e presto torneranno anche le cicale.
L'Estate ha fatto capolino, in questi giorni.
Sua Eccellenza l'Afa è in visita in Puglia.
Fermatevi un momento.
Respirate.
E sentite. L'odore del fieno imballato. Il profumo dei fiori dei giardini.
E' martedì. E sono già stanco morto...
Stavo navigando senza meta quando il mio mouse si è incagliato nel sito di un'artista naif. Si chiama Alessandra Placucci e la sua pioggia di bambini mi ha misteriosamente rapito.
Se cliccate sul quadro entrerete nel suo sito. Ma fate attenzione. Potreste non voler più tornare indietro...
Dall’archivio della fanzine Citoplasma un pezzo di Franz, il viaggiatore spazio temporale con il cuore mod, la chitarra rock e l’ukulele folk.
1964
Se vi capitasse di andare a Londra e una volta lì avreste la possibilità di fare un giretto su di una macchina del tempo (o se foste così fortunati da riuscire ad entrare, stando a casa vostra, in una piega spazio-temporale), vi trovereste nella necessità di sfruttare al massimo il poco tempo a vostra disposizione.
Eccovi dunque alcuni posti dove andare. Se qualcuno ce la fa, è caldamente pregato di venirci a raccontare tutto per filo e per segno.

SCENE CLUB, Ham Yard, Soho
Età media dei frequentatori, 21 anni: è un club strettamente mod.
Durante la settimana, i soci entrano gratuitamente; nei weekends l’ingresso costa 5 scellini.
Gruppi fissi. The Animals, The Cousins.
Dischi, analcolici e snacks.
Aperto dalle 8 all’1 del mattino, durante la settimana; dalle 8 alle 3 del mattino il sabato; chiuso la domenica.
Balli: lo Shake, il Monkey, l’Hitchhiker.
Uno dei più famosi clubs in città. Molte tendenze della moda e della musica nascono qui. I dischi che vengono suonati sono oscuri pezzi di R&B.
LAST CHANCE, Oxford Street
Età media 18 anni; i frequentatori sono Mods del West End. Sono ammessi solo i soci.
Gruppi fissi: The Regulars, The Credles.
Dischi, analcolici e snacks.
Aperto dale 7.30 alle 5 del mattino il sabato; chiuso la domenica.
Balli: lo Shake, il Monkey, l’Hitchhiker.
Il club sembra un saloon del West, con tanto di porte girevoli.
DISCOTHEQUE, Wandour street, Soho
Età media 20 anni; quasi tutti i frequentatori sono Mods, ma qui non sono nate particolari tendenze.
Gruppi fissi: The Bluebirds, Lee Grant and The Capitals, The Nightsounds.
Dischi, solo analcolici.
Aperto dale 7.30 alle 4 del mattino durante la settimana; dale 7 alle 7 il sabato.
Ballo Mod, lo Shake.
Tra i soci molti ballerini di “Ready, Steady, Go!”.
L’arredamento è off-beat: radiatori di automobile, fari e pezzi di metallo piegati nelle forme più strane. Il venerdì sera è dedicato interamente al Blue Beat.
FLAMINGO CLUB,
Età media 21 anni; influenza mod Americana.
L’ingresso costa tra i 3 scellini e 6 pence e gli 8 scellini per i soci, tra i 5 ed i 12 scellini per i non soci.
Gruppi fissi: George Fame and The Blue Flames, Ronnie Rose Quintet, più altri.
Bar con analcolici e snacks.
Aperto dalle 7.30 all’1 del mattino durante la settimana, dalle 7.30 alle 11.45 e dalle 12 alle 6.30 del mattino il sabato, dalle 3 alle 6 del pomeriggio la domenica.
Balli: lo Shake, l’Hitchhiker, il Flyer.
Uno dei principali centri mod a Londra. Questo posto è anche uno dei migliori e alla moda per il R&B.
E questa copertina?
Ops! Forse ho sbagliato piega spazio-temporale......

DAGLI APPENNINI ALLE ALPI
Diario di viaggio di Citoplasma in ferie
(ovvero cosa diavolo abbiamo fatto e le meraviglie che abbiamo visto negli ultimi 14 giorni)
Quanto ci mette uno a programmarsi le ferie? A volte le prende e basta. Altre volte, in cupi weekend di novembre o in febbrili ed agitati giorni lavorativi ha bisogno di qualcosa da desiderare fortemente, qualcosa che dia un po’ di respiro allo spirito. E allora comincia a programmarsi il Viaggio. Non un viaggio qualunque, tipo “mi sposto da dove sto in un altro posto nel più breve tempo possibile e con il minimo dispendio di energie” ma piuttosto qualcosa tipo “devo andare lì passando da là e fermandomi a vedere quel posto e assaggiando quell’altra cosa e dormendo in quell’altro posto e magari facendo una capatina altrove”. Più complicato e faticoso è, più, questo lavoro di programmazione, risulta divertente al povero cittadino incastrato tra il lavoro ed il grigiume del quotidiano.
Concordato che trattasi di viaggio in più tappe, temporalmente significative, il lavoro fatto a tavolino, su una cartina geografica ed una stradale, appare facile e divertente.
Più complicato trovare i luoghi dove riposare e dove mangiare.
Il tema del Viaggio di quest’anno era “Dagli Appennini alle Alpi” e le regole erano le seguenti:
- Il Viaggio è finalizzato al raggiungimento in auto delle Alpi valdostane attraverso un passaggio con fermate obbligatorie in località appenniniche di indubbia bellezza.
- Le tappe devono essere individuate prevalentemente in agriturismo o in unità abitative con bagno ed angolo cottura presso aziende agrituristiche o luoghi di comprovata pace e serenità campestre.
- Le tappe appenniniche devono avere la durata minima di due giorni per permettere la realizzazione di escursioni nei luoghi meritevoli della nostra attenzione.
- La tappa alpina deve avere la durata minima di quattro giorni.
Il risultato, in alcuni casi, supera le aspettative…

07.07.07. Abruzzo – Lago di Scanno.
ORE 7.00. La settima ora del settimo giorno del settimo mese del settimo anno del nuovo millennio mi coglie ancora in pigiama, con i capelli arruffati, la gola arrossata ed il naso che cola.
Dobbiamo partire per la nostra piccola grande avventura: dagli Appennini alle Alpi.
Per ora, nulla di estremo. Solo mia moglie che fissa catatonica la sua dose media giornaliera di latte (rigorosamente scremato). L’Abruzzo ci attende nei pressi del lago di Scanno.
ORE 17.31. Arriviamo, da Bari, all’agriturismo prenotato senza nulla di particolare da segnalare, aria buona e paesaggi ombrosi a parte.
ORE 17.50. Siamo in mansarda. Da basso si festeggia un compleanno all’aperto. Qui sopra, la mia instancabile compagna è distesa sul letto e – magia delle magie – riposa! Non accadeva dallo scorso anno e dallo scorso viaggio vederla impegnata in una pennichella tardopomeridiana.
Accenderò un lume sul lago di Scanno e lo manderò al largo su una barchetta, per ringraziamento al dio delle vacanze.

08.07.07. Abruzzo – Lago di Scanno. Dormito da schifo. Malgrado l’aspirina la mia situazione è peggiorata. Ho qualche linea di febbre e per giunta mi è partita la diarrea del viaggiatore.
La colazione (pane e marmellata fatta in casa, pane e miele fatto in casa, tè al limone coltivato in casa) mi rimette appena in sesto. Ieri sera ci hanno dato da mangiare per sette, sebbene fossimo in due. Due primi e un secondo di arrosto di pecora da sfamare una truppa. Forse non dovevo mangiare anche la torta di ricotta. E forse mia moglie non doveva mangiare quella deliziosa torta di crema.
Col latte intero, purtroppo, abbiamo un cattivo rapporto.
A parte gli acciacchi, qui c’è una luce stupenda. Dappertutto. Tranne che nella nostra stanzetta. Buia da morire. Con un lume basso da paura che impedisce la lettura di alcunché.
Facciamo buon viso a cattiva sorte. In fondo è un agriturismo, mica l’Excelsior Hotel!
Alessandra mi fa notare che i miei pantaloni sono sporchi di miele di acacia.
Al solito, li ho usati come tovaglia accessoria…
ORE 16.00. Siamo stati al lago di Scanno. Mia nipote, che studia medicina, dice che è a forma di cuore. In effetti, somiglia più ad un cuore vero che ad un cuore disegnato.
Abbiamo scelto un sentiero corto, tanto per gradire ed allenarci per le prossime escursioni, diretti dal lago di Scanno alla Fonte di S.Egidio.
Indossati i nostri fidi scarponi, ci siamo inerpicati in un bosco dai sentieri sdrucciolevoli, con la lingua penzoloni come cani pastori abruzzesi a guardia dei greggi, sempre più in su.
Dal lago, voci e grida giocose. Turisti scemi che hanno scelto di prendere il sole o vagare con il pedalò sull’acqua!
Invece, noi, eroici escursionisti, al termine di una salita particolarmente faticosa, incrociamo una comoda pista carrozzabile. Dall’alto, a sinistra, arrivano, con fare rilassato, una coppia in pantaloncini e ciabatte. Lei con il cane al guinzaglio, lui con il giornale sottobraccio. Hanno un’aria fresca e per nulla affaticata.
Salutiamo educatamente – sconcertati – la coppia che si allontana e continuiamo ad arrampicarci fino alla fonte. La fonte, la fonte! Se dico “fonte” uno si immagina un posto ombroso, con dell’acqua che sgorga da una roccia o da un tubo o dal terreno: c’era solo una vecchia fontana verde sigillata ed una chiesetta chiusa.
Niente acqua, ragazzi! Mi sa che abbiamo scelto il sentiero più sfigato che c’era.
Io e Ale ci guardiamo e cominciamo a pensare con preoccupazione a quando dovremo scendere per tornare indietro, ma prima dell’impresa pranziamo con due mele del trentino, le cui bucce sono state consumate da vere formiche di Scanno ed un tozzo di pane bianco e duro comprato ad un supermercato di passaggio.
ORARIO UFFICIALE DI CENA. Nella sala da pranzo c’è un vecchio orologio che va esattamente 5 ore indietro. Sospettiamo che sia regolato con il fuso orario del Brasile. Sono le 21.05, in realtà.
Anche stasera, dopo una robusta pasta e fagioli abruzzese, ci viziano con uno spezzatino di carne di pecora che si scioglie in bocca.
Mi azzardo a mangiare anche la crostata di frutta malgrado la diarrea mattutina. La fame è tanta perché nel tardo pomeriggio ci siamo spinti fino a Villetta Barrea alla ricerca delle rive del fiume Sangro,
dove ben 20 anni fa io e Alessandra abbiamo trascorso le nostre prime vacanze insieme (1987. Si diceva che il rock fosse morto, ricordate?).
09.07.07. (ovvero mi si è liberato il naso)
Odore di fuliggine ed umido.
Odore di latte appena munto.
Odore di legno e di erba.
Odore lontano di pecora.
Odore della mia donna accanto.
Odore di tutto.
Sono tornato a sentire gli odori!!!
Che meraviglia. Sembra di stare in un altro posto!
POMERIGGIO. Liguria. Riviera di Levante. Follo (
Siamo al capolinea, qui in cima a Carnèa, una frazione di Follo in provincia di
In Abruzzo, per colpa di una finestra striminzita e una lampada fioca in una stanza dal soffitto basso, non potevamo fare altro che chiudere gli occhi e aspettare il sonno. L’ultima sera, nel tentativo di migliorare la situazione, ho pure rotto l’unica fioca lampadina a disposizione. Il piano era semplice: fuori dalla nostra camera, in corridoio, c’era una plafoniera uguale alla nostra però con una lampadina più potente, avrei dovuto smontare in assoluto silenzio le due plafoniere e invertire le lampadine. Smonto quella della mia stanza e non ci sono problemi. Smonto la plafoniera del corridoio pregando che non si affacci nessuno del personale, ma una porta che si apre mi fa perdere la concentrazione e mi cade a terra la lampadina già svitata. BUM! Casino infernale. Richiudo in fretta la plafoniera e corro
vigliaccamente a rifugiarmi nella stanza piena di cocci di lampadina. I bagagli li faremo alla luce delle torce e con la medesima illuminazione raccoglieremo i minuscoli pezzi di vetro. Il mattino dopo andremo via alla chetichella dopo colazione, lasciando un biglietto di scuse per “la lampadina rotta per errore nel tentativo di meglio avvitarla poiché la luce andava e veniva inspiegabilmente”.
10.07.07. Liguria. Riviera di Levante. Follo (
Il raffreddore è transitato, come da tradizione, a mia moglie che è alla sua seconda bustina di Tachiflù. Malgrado ciò, lasciamo l’auto a
Cinque Terre
come cinque canzoni
di cinque sirene
da cinque mari diversi
dipinti da cinque artisti
con cinque storie
rubate a cinque navi
esposte a cinque venti
figli di cinque terribili tempeste.
Cinque Terre
sul mare ribollente
si affacciano terrazze
tra viti ed ulivi
e tu attraversi estasiato
il confine tra cielo e terra
calpestando ignaro
la fatica ed il sudore
di chi ha conquistato,
zolla dopo zolla,
la collina
lottando giorno dopo giorno
per un fazzoletto di terra
ed un bicchiere di vino.
11.07.07. Liguria. Riviera di Ponente. Pigna (Imperia).
ORE 22 DELL’UNDICESIMO GIORNO DEL SETTIMO MESE DEL SETTIMO ANNO DEL SECONDO MILLENNIO. Questa mattina ho rotto lo specchietto di mia moglie. A parte l’ira funesta della mia amata, non potevo ancora sapere quali disgrazie e sciagure mi attendevano…
La prima disgrazia: sbaglio uscita in autostrada ed invece di ritrovarci sul raccordo per Ventimiglia, ci immettiamo sull’uscita per Genova Centro. Approfittiamo per andare a vedere l’Acquario. Erano anni che ci volevo andare! Quando mi capita più un’altra occasione?
La seconda disgrazia: dopo la suggestiva visita a cetacei, pesci, squali e persino rettili e crostacei di tutti i tipi e dimensioni, ci imbattiamo nei resti del passaggio di ben altro mammifero, Un TOPINO bastardo (dicesi in barese “topino”, persona dedita a sgraffignare beni di proprietà altrui al fine di garantire la propria sopravvivenza) che si è permesso di forzare la serratura della portiera destra della nostra auto, rovistandoci dentro frettolosamente per allontanarsi con studiata no-chalance al nostro fortuito arrivo.
Non è riuscito a rubare nulla, il topino cretino. Mia moglie, accanita telespettatrice di CSI, Cold Case, Senza Traccia, Ispettore Barnaby etc. etc., ne traccia il profilo criminale: “era solo, puzzava (quindi trascura la sua igiene personale, forse tossicodipendente) ed è entrato forzando la portella destra. Evidentemente cercava oggetti di valore o soldi.”
Evidentemente, aggiungo io, lo abbiamo interrotto sul più bello. La criminologa rinviene accanto all’auto una anonima busta di plastica con un tubetto di grasso ed uno di colla stick. Cosa centrino con lo scassinare un’auto lo possiamo solo immaginare.
Ripartiamo scocciati per Pigna, amena località ligure di montagna, dove, al solito, il raggiungimento dell’agriturismo richiede di affrontare sentieri e tornanti assurdi in auto. Malgrado le bestemmie e la tremarella durante la salita, il premio supera le aspettative. E’ bellissimo.
VENERDI’ 13:dalla Val d’Ayas vi racconto della Liguria - Riviera di Ponente e della vicina Francia.
Ieri credevo che le nostre disgrazie fossero finite. Invece si sono bruciate le lampadine di tutte e due gli anabbaglianti contemporaneamente. A parte questo a Pigna ci aspettava un appartamento di tutto rispetto. Abbiamo l’angolo cottura, il letto sul soppalco e un bagno con le palle (antibagno con lavabo, doccia e altra stanzetta con water e bidet)! Abbiamo soprattutto un silenzio assoluto, un’aria leggera e profumata e tre gattini appena svezzati che si infilano di continuo in casa.
Ieri è stato il giorno dedicato alla Francia di confine.
Montecarlo: spocchiosa e dall’aspetto quasi artificiale. La nostra Punto (anno 2003, cilindrata 1200) faceva una magra figura in mezzo a tutti quei macchinoni sberluccicanti. Per non parlare del nostro look! Io in camicia tipo muratore bergamasco arancione a scacchi e Ale con gonna lunga bianca tipo zingaresco. Di preferenza si parla il francese. Ad un vigile a cui ho chiesto “Posso parlarle italiano?”, lui ha risposto “No”. Allora lo capiva? Comunque siamo ricorsi al solito inglese maccheronico e a qualche italiano di passaggio dall’aria abbronzata e danarosa. Il sole picchia forte e non riusciamo ad andare al di là del porto, verso Monaco Ville, il centro. L’auto è parcheggiata in uno dei tanti parcheggi sotterranei nella zona dei casinò. Mangiamo in un ristorante italiano e torniamo verso l’Italie, con una lunga sosta a Menton.
Menton, o Mentone, città di confine è invece splendida nella sua genuina aria francese.
Qui le commesse dei negozi vagano dal francese all’inglese e all’italiano con disinvoltura. Il mare è azzurro da far paura, le auto si fermano alla strisce pedonali ed i prezzi dei bar sono alle stelle (un’acqua da mezzo litro solo € 1,80!).
Mentre mia moglie si infila in ogni vetrina che incontra, io mi perdo in un negozio di dolciumi in stile piratesco. Liquirizie e caramelle di tutti i tipi sono contenute in capaci botti e allettano i passanti con mille colori ed aromi. Una statua di pirata fa la guardia a quel ben di dio. Ci sono anche curiosi spaghetti neri, verdi e rossi, credo di liquirizia.
Un’altra tappa interessante è quella al negozio di profumi, dove ci spruzziamo in parti diverse del corpo (polsi, mani sopra e sotto, avambracci, polpacci, coscia, sottocoscia etc.) essenze diverse, al fine di verificarne l’odore. Alla fine ne acquistiamo due ma emaniamo aromi odorosi in modo così esagerato che proviamo un leggero moto di imbarazzo.
Ed ora torniamo al presente.
Siamo in Val d’Aosta, nella Val d’Ayas, Antagnod. Proprio sotto (di fronte?) al Monte Rosa. Per arrivarci dalla Liguria abbiamo scelto di fare una strada alternativa da Ventimiglia fino a Cuneo (SS 20) e così abbiamo attraversato ancora una volta il territorio francese (colle di Tenda) in suggestive gole alpine attraversate dal fiume Roya e da bikers a folle velocità.
Ad Antagnod troviamo per culo o per caso una piccola trattoria “Le Cadran Solaire (trad.Il Quadro Solare)” gestita da Guido, un cuoco che oltre alla lista dei vini ha introdotto anche la lista degli olii di oliva! Per noi, che fuggiamo da burro, latte intero e derivati del latte, per problemi di scarsa tolleranza, è un toccasana! Guido ama l’olio extravergine di tutta Italia ed il buon vino. Mi divoro un carpaccio condito con olio siciliano di Mazzara del Vallo e foglie di songino (valeriana), nonché un fumoso piatto di tagliolini con ragù di cinghiale. Ale sceglie tagliatelle al ragù di cervo. MMMMMMMMMmmmmmmmmmm!
14.07.07. Val d’Aosta. Val d’Ayas. Comune di Ayas - Antagnod.
Devo dire che il diario di viaggio da qui al 20 luglio, data del rientro a casa, è un po’ scarno. In effetti ci siamo dedicati molto a girovagare, mangiare e riposare. Integrerò le poche righe scritte il 14 con i ricordi ancora freschi che mi ronzano per la testa.
Una volta tanto posso dire che il Paradiso non può attendere! Abbuffata di sentieri che ci ha regalato:
- Un giro in funivia (Champoluc- Monte Crest)
- La gioia degli occhi
- Grandi dolori a schiena e piedi
- Scottature alle parti esposte, malgrado creme e cremine di cui eravamo unti.
E se ci chiedete se ne valeva la pena, io dico: sicuro! Siamo arrivati a quota
L’unico problema che mi ritrovo è quello di memorizzare i nomi in francese. Ad esempio, nel chiedere informazioni sulla cascata di Champoluc ho chiesto per Champignon…
15.07.07. Val d’Aosta. Verrès – Issogne.
Dopo la sfacchinata di ieri dobbiamo riposare i nostri piedini. Oggi si va per castelli! Prima tappa il castello di Verrès, appartenuto alla nobile famiglia degli Challant. Il castello è un blocco quadrato di
A Issogne, dopo una discreta mangiata in ristorante, si va al castello. E’ l’ultimo giorno di una festa medievale. Ci sono falconieri, gente in costume, soldati di ventura e, soprattutto, un ricco mercatino di conserve di tutti i tipi.
Assistiamo ad un po’ di rappresentazioni di fatti storici e ad uno spettacolo di falconieri prima di entrare nel castello per la visita guidata. Tutto molto interessante e ben conservato. Rimaniamo particolarmente impressionati dallo scrittoio di Giorgio di Challant, posto accanto al letto e all’occorrenza – con un semplice sollevamento di sedile – trasformabile in gabinetto (ah! Questi antichi!).
Anche qui, come nelle cinque terre, ci sono dei graffiti sui dipinti del cortile che attirano inevitabilmente la mia attenzione. Sono vecchi di cinquecento anni e parlano del passato con vivida ed imprevista attualità.
Dulcis in fundo, assistiamo ad un concerto in cortile della AugustAntica Ensemble, ottetto di fiati autentici (oboi, clarinetti, fagotti e corni) con repertorio musicale di epoca classica. Una cosa da brivido. Specie per me che, oltre ad essere un po’ punk, adoro le bande musicali ed i fiati di strada. Al termine ci hanno concesso ben tre bis!
16.07.07 Val d’Aosta. Val d’Ayas. Comune di Ayas – Saint Jacques.
Oggi è giorno di sentieri. Ormai siamo in piena forma. Niente più raffreddori, solo qualche dolore ai muscoli delle gambe.
L’itinerario di oggi prevede una capatina a Saint Jacques (
Perché dopo la salita bisogna tornare indietro ed è tutta in discesa!!! Giunti di nuovo al Rifugio Ferraro, decidiamo di prendere un altro sentiero per il rientro al punto di partenza. Incontriamo un inglese che a domanda risponde: “Yes. This is good road!”. Lo sarà? Peggio del sentiero di salita. I piedi e le gambe ci fanno “giacomo giacomo” (espressione idiomatica che indica una scarsa sicurezza sulle gambe) e le dita dei piedi gridano pietà. Finalmente arriviamo a Saint Jacques.
Ad Antagnod ci aspetta, come sempre, la stanza in albergo con angolo cottura. Posto degno di un principe (infatti si chiama “Le Petit Prince”!). La sera siamo in maglione, dal sud ci dicono che si sta sudando esageratamente. Noi sorridiamo e mettiamo pure la giacchetta.
17.07.07 Val d’Aosta. Valtournenche. Saint Vincent, Buisson e Chamois, ovvero in montagna senza auto.
Stanchi. Distrutti dal giorno precedente decidiamo un viaggetto turistico a Saint Vincent, nella valle accanto,
lungo della nostra vita. Da Buisson saliamo in funivia a Chamois, il villaggio dove, secondo la guida, all’inizio si prova un senso di vertigine causato dall’assenza di rumore! C’era un casino di lavori in corso e polvere dappertutto. Vi assicuro che l’impatto è stato pessimo. Qui comunque le auto non arrivano e di solito dovrebbe essere quell’oasi di pace che ci hanno raccontato.
Dopo un breve giro decidiamo di prendere la seggiovia per il lago Lod, che a sua volta prosegue ancora più in alto con altri due cambi. Troppa grazia! Optiamo per il lago e basta. La seggiovia va presa naturalmente al volo, direttamente sulle chiappe. Wow! A scendere, uguale, solo che le chiappe devono abbandonare al volo il sedile.
Un ora di pausa, ombra e flauto e poi si torna giù via cavo.
18.07.07 Val d’Aosta. Forte di Bard.
Ultimo giorno in Val d’Aosta. Tristi e sconsolati, decidiamo di andare a visitare il Forte di Bard, tra Verrès e Point Saint Martin.
La fortezza è grandiosa. I valdostani hanno avuto la felice idea di farne un museo, il museo delle Alpi. Un luogo interattivo che sfruttando l’architettura della fortezza racconta la montagna con immagini, suoni e colori. ‘Ncredibile! Al suo interno c’è anche un’altra mostra “In cima alle stelle”, l’universo tra arte, archeologia e scienza. Ci perdiamo una mezza giornata, inseguendo le cime delle alpi e le stelle lontane. Per concludere in bellezza facciamo anche una visita al planetario collocato nel cortile. Scopriamo che il tipo che spiega le stelle è lo stesso che è venuto a Bari nel 2000 e che ci aveva già spiegato le medesime cose sette anni fa.
Da questa mostra troviamo conferma a quanto avevamo già sperimentato di persona nei nostri viaggi montani: i montanari sono colti. Il cittadino crede che l’isolamento dei montanari sia di pregiudizio al loro sviluppo culturale, al contrario, il rischio dell’isolamento spinge il montanaro ad arricchirsi culturalmente e cercare contatti e scambi con le altre popolazioni più di quel che si creda. Ciò spiega il gestore abruzzese dell’agriturismo in cui ci siamo fermati due anni fa, che sapeva recitare a memoria tutta la divina commedia e raccontava aneddoti letterari o la raffinata cultura rock di altri campagnoli di nostra conoscenza, per non parlare della profonda conoscenza dei metodi di pastorizia e coltivazione di tutta Italia di tutti i signori/e che ci hanno ospitato.
Si rientra al parcheggio con dei suggestivi ascensori panoramici, senza poter visitare il borgo medievale. Tempus fugit e bisogna fare i bagagli.
19.07.07 verso casa. Fermata a Brisighella (Faenza).
Salutati il vecchio gatto multicolore dell’albergo e la giovane cagna da caccia sempre pimpante, ci avventuriamo ancora una volta in autostrada tra le mille sciagure segnalate da “onda verde” e la nostra abilità a evitarle, uscendo per una volta dall’autostrada e poi rientrando dopo un’oretta di statali piene di paesi e semafori.
Brisighella si fregia del titolo di “uno dei borghi medievali più belli d’Italia”. Sembrerebbe vero. La nostra visita al paese dura giusto poche ore. Il tempo di una passeggiata ed una cenetta veloce. Ci concediamo una passeggiata alla “Via degli Asini”,
una specie di strada sopraelevata porticata con finestroni ad arco che danno sulla strada principale del paese, dove un tempo passavano gli asini che trasportavano il gesso di Brisighella. Una circonvallazione di storica memoria, insomma, che è dapprima servita per la difesa del paese e poi ha trovato altri utilizzi.
Nottetempo si torna all’agriturismo che sta a S.Cassiano di Brisighella. Fa caldo, ma il posto è carinissimo.
20.07.07 Verso casa.
Il mattino dopo compriamo un po’ di marmellate artigianali e facciamo un po’ di chiacchiere con la padrona di casa.
Quindi riprendiamo il viaggio, accompagnati da catastrofiche notizie sul blocco stradale a Genova Ventimiglia, ringraziando il dio dei viaggiatori che non è successo quando eravamo noi da quelle parti.
Casa è lontana. Ma non troppo.
Alle ore 18.00, due dei nostri tre gatti miagolano e ci fanno le fusa. Il terzo è in giro chissàdove.
Fa un caldo che si muore. Viva il sole. Evviva
















